luce a scomparsa

C’era la Luna
che piangeva parole
dalle violentate dune.

Madre di poeti bastardi
eredi senza musa
e speranza in avanzo
alla Fine.

C’era la Luna
sveglia di notte,
vomitava pezzi di cielo
per ingannare il sole
per colorare il tempo.

C’era la Luna
e adesso ce n’è una
che le somiglia.

morire di domenica

Domenica ha sempre
una morte da ricordare
un abito da indossare,
una tavola
da apparecchiare.

Ho visto Sabati
animare feste
colorare case,
portare da bere.

Domenica no,
Domenica è salva
sobria
insatura,
cattolica;
la chiusura settimanale
della felicità in vetrina
in sconto il lunedì.

Un confessionale
di emozioni,
in coda all’altare della chiesa.

Domenica è in trono
al banchetto degli onesti,
e si compiace silenziosa
della sudditanza.

Amanti

Spegni la luce,
è mattino.
Saluti la notte
ad occhi neri
scomodi,
ed è un istante.

I rumori e i teatranti
sono fuori dalla stanza,
risate danzano lontane
sole.
Luci a inventare i volti
a colorare i corpi
nelle sere di Sicilia,
mai troppo ferme
mai troppo fredde.

Luci a riempirti di senso
fino a qui,
ed è un istante
quando tutto
si svuota,
in un istante.

E’ domani
e hai ancora
un pensiero da inventare.
E’ domani
che arriva troppo presto
e a volte no,
non arriva mai
nelle tue assenze,
nei tuoi pieni
e nei fogli di carta,
nelle tue mani.

Domani tarda
negli occhi
e in quelle facce.

Facce da capire
da osservare,
facce da rifare.

Spegni la luce,
è mattino.

Senza titolo#3

Nastri di nuvole

a tagliare la luna

d’importanti trasparenze.

 

Dettagli imperfetti

a sporcare il buio d’azzurro

e i miei pensieri

d’un bianco opaco,

assente, immobile.

Sublime.

 

Luna anch’io

mi lascio penetrare,

mi lascio disegnare

dall’umore del cielo,

e muta attendo Domani

che mi raccolga

bozza della notte,

riflesso di stella,

dal mio limbo dipinto;

 

che mi regali all’alba

gravida di Luce

rossa d’orizzonte

a colorare il resto,

a reinventare il giorno.

Mio

Respiri e t’incanti,
riempi cuore e polmoni
di profumi d’imbarazzo
e rinasci.

Colori l’aria di un’intimità nuova,
tua,
egoista d’emozioni
divoratore incontentabile.

Ed è così che sorridi di me,
facendo tuo quel senso d’abbandono
alla mia cadenza
e alla mia voce un po’ bambina,
con la certezza che sì,
mi piacerà
saperti attento,
anche questa volta,
a me,
anche questa volta.

E’ un gioco di pause il nostro,
di tempi,
un gioco di passi,
che ci tiene qui
l’uno di fronte all’altra,
con gli occhi ancora chiusi
e le dita a sfiorarsi.

Un gioco di tempi,
di consensi e negazioni,
di lotte fanciulle tra istinti inespressi
che ci tiene qui,
a morire dalla voglia
di scoprirci un po’ di più,
carne e mente allo stesso cielo.

Pausa pranzo

Piazze deserte
straripanti d’anime in corsa,
studenti,
colleghi d’ufficio
o sporchi operai
e anche puliti
onesti, in corsa.

Deserti,
corsi deserti.
Torino sa ancora d’estate
che cola dai vecchi palazzi del centro
come linfa
a rinverdire foglie stanche
d’Agosto abbandonate,
che siamo noi
già pieni di settembre.

Atri dimenticati
parole volanti
d’attese passanti,
negozi sbadigliano
si vendono, sorridono.

Torino,
antica signora dai gesti lenti
sembra incorniciare le vite
componendoci ad arte
per quel che siamo;

inguaribili post moderni,
pezzi in cotto da vetrine in allestimento.

Una volta soltanto

Ho assaggiato il tuo silenzio, ieri.

Erotico ghiaccio sull’ambra liscia,

la mia pelle sotto di te.

 

Gocciolavo felicità,

acqua sulla seta bianca,

a rovinarla di noi

per sempre.

 

Aggrappata al colore del cielo

facevo mie perversioni sottili

e tu a spingermi,

a strattonarmi;

“lascia quella nuvola, il paradiso è là

raccoglilo, amalo, Vivilo”.

 

Acqua sulla seta,

a disegnarla d’ombre informi

trasparenti e deboli,

come noi,

ossessionati dal bisogno

di ricordare.

 

Ombre

partecipi al piacere,

a ricordarci che siamo stati lì

senz’arte

immotivati e soli,

a stringerci dalla voglia imperfetta di Vivere,

una volta soltanto.

Il Grande

Eravamo solo noi,

i protagonisti scomodi di una realtà al contrario

a regalarci prime entusiasmanti,

a crederci con violenza e attese

passione e attese,

attese. Virtù.

Ridevamo di voi, e le labbra a toccarsi

e ancora ridevamo di voi, e le lingue a cercarsi.

Sempre tu a scrivere le parti,

regista severo e attento

del film della tua vita.

Ma di te occhi vuoti,

pozzi neri

a riempirsi di quel nuovo esilarante niente

che vai scrivendo.

Consapevole e incosciente,

in catene e incatenante.

Niente a noi due,

neanche il ricordo di un insipido applauso.

Se questo è un uomo

Dio mi ha detto di essere il padrone del Mondo,

io gli ho detto che sono padrone di me

che è già abbastanza mi pare.

Dio mi ha detto di avermi dato la Vita,

io gli ho risposto che non l’avrei voluta.

E’ più facile creare

che mantenere e preservare.

E vorrei essere un Dio anch’io, Dio

per non dovermi giustificare.

Vorrei essere un Dio anch’io

per non nutrirmi e non parlare,

per non amare.

Dio mi ha detto di essersi salvato,

io gli ho detto che sono qui, colpito.

Lui mi ha chiesto pietà,

Dio mi ha chiesto pietà.

colpo di grazia

Eroe di paura a schizzi rossi

riverso sotto casa.

Dignità che abbandona i palazzi

ora

stipati di tremori stanchi,

di colpi di pistola

corse per restare

e sopravvivere.

 

Diciotto sul colpo di grazia,

diciotto volti nascosti all’ombra dell’estate.

Sotto l’ala del carnefice caldo umido,

sotto l’ala del carnefice vita congelata

sventrata,

punita.

Verità tagliata al Roxy bar,

colazioni di domande e occhi bassi

da domani.

  • Possibilità.

    Per te che passi da qui, per caso o per intenzione; puoi prendere dai miei testi ciò che più ti interessa, libero di citarmi oppure no. Il mio sentire è di tutti.
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