Anima salva

Ti abbandoni a me

come il mare fa sui porti

regalandosi alla riva,

disegnandola di vita.

 

E a me rimani

come poeta nei salotti

che si specchia nei miei gesti,

si ritrova di parole

appoggiate su di me

come vesti in Atelier,

di accademiche virtù

che mi avvolgono e confondono,

riducendo la mia aura

spegnendomi la pelle,

come il sesso la passione.

 

Ti abbandoni a me,

con l’anima in grembo

di un uomo disilluso,

che lacrima paure

e si fa spazio per salvarsi.

 

E di me porte chiuse,

voglie amare e strade in salita

a inghiottire i giorni e

sangue sporco,

morale infetta

dieta infame per la tua, perfetta.

 

Ti abbandoni alla sete,

con le mani di parole

e il cuore in una rete

e a me rimani.

the alla pesca

-Vieni!- urli dall’ombra della nostra stanza

bagnata di mattino, colorata di rosso

come il tuo corpo in piena.

 

-C’è il the alla pesca, l’ho preparato,

ho tagliato, la frutta, a spicchi,

e poi sottile, nell’acqua,

colorata d’arancio, guarda!

Ora è dolce, è pronto, ti piacerà-

Ti piacerà.

-Spegni i cartoni dai.-

 

Dall’alba i lamenti assordanti della nostra parentela instancabile,

implacabile, impietosa e giudice.

Si stagliavano contro le pareti della nostra casa,

tagliando le finestre, cadevano su noi

e su te, a stordirti di una possibilità

ingrata e inconfessabile,

di possedermi in quell’ora calda e giustificante.

 

Il Sole, rigato di nero,

lacrimava come avesse vita

e accarezzava i miei occhi scuri

gonfi di sonno e curiosità di pesca.

 

-Ti piacerà-

 

Muovevi gesti inesperti

goffi e imbarazzanti,

a colorarmi il sorriso di bianco

e l’anima di un nero pece.

 

Indelebile catrame che asciuga i ricordi,

sanguina e uccide.

Senza freddo

Scivoli segretamente tra il costato;

è il tuo corpo che canta

e mi intrattiene nella notte,

nella notte mi trattiene.

 

Accompagni la tua danza

con il ritmo delle labbra,

le appoggi e poi sospendi

respiri e ti sorprendi,

le appoggi e poi le muovi

al suono dei miei versi,

avide, umide,

al suono dei miei versi

appesi alle tue mani.

 

La bozza di un sorriso

si perde nel mio ventre

e scendi giù.

Profumi di sale

e voglia di dita sulla pelle;

è il tuo corpo che canta

e mi intrattiene nella notte,

nella notte mi trattiene.

 

E’ il tuo Amore,

una canzone senza freddo.

Il grattacielo

Suggella l’alleanza

tra falsità e superbia

tra cielo e cemento.

 

Frammento d’alba

a specchio riflesso,

che brucia la pelle, ora,

la porta via.

 

Tessuto d’ombra

che annulla le distanze,

tra la pietra e l’artificio

tra la Storia e la Fine.

 

Di alleanza avanza,

vivida s’innalza

eclissa, si lancia,

è parvenza, arroganza.

 

Ed io…

 

camminerò in strada

sul tuo corpo nero

e ti cancellerò volando.

 

Senza titolo#3

Là fuori le parole sono morte.

Ho il cuore nel ventre

e il ventre che balla

ho il cuore che parla

ma le parole sono morte.

 

Le ho viste condire

il pasto di un muto

e rivelare l’astuto

di un caso perduto

a un pubblico illuso

da un romanziere deluso

dal suo ultimo Dio.

 

Scendere in strada

dai cartelli, dai muri,

disperarsi rabbiose

per il loro movente

stancamente assente

di un esistere a imbuto

dall’Uomo al suo Dio.

 

Le ho viste al buffet

della morte dei sensi

trovarsi un dolce per l’occasione,

un pasticcio di panna

per annegar di Pace.

 

Io le parole le avevo tra i denti

o forse più in basso,

le avevo nel ventre,

nel ventre che parla

ma le parole sono morte.

Io ho ucciso le parole.

Dopo l’Amore

Ora riprenditi il seme

qui, dalla mia bocca,

il tuo polline infetto,

qui dalla mia bocca che è rosa schiusa.

 

Raccogli a pieno cuore

l’odore dei nostri corpi

stesi e arresi,

unti di tremori,

gocciolanti di silenzi

e acqua sporca, salata, viva.

Siamo carne dalla stessa parte,

reduci di Guerra, la nostra

d’Amore, la nostra.

 

Investimi di primavera, Sole

e portami a respirare i fiori.

I figli della nebbia

Leccano la luce dell’alba

aridi di sogni di sale,

arginando madri che come bestie si difendono a morsi.

Si alzano in banchi dal mattino sfiorito,

avanzano fugaci a ricoprire d’ombre le cose.

 

Da ieri, tremi e temi la paura di morire di me.

Da ieri, tremi d’ansia di arrivare,

ricoprire,congelare,lasciare.

Tirati indietro, non sei nebbia, non sei figlio.

 

Non disperdi,non racconti

non sussurri,non odori.

L’alba vomita parole bianche, mute,

e gridi in pezzi di sole

ma è plastica sciolta la tua ira, la prende la nebbia.

 

Da ieri, fremi e ti bagna, la paura di morire di me.

Da ieri, ti prende a morsi come un figlio della nebbia,

ti ricopre e ti dimentica.

Rigetto di vento

Relitto sventrato

Tirati indietro e muori.

Senza Titolo#2

Perché è di mancanze e sangue,

la pelle del tuo cuore.

 

Perché sono corpi al cielo,

le tue armi, di un’imponenza luminosa e sovrana.

Scrutano attente, dalla loro distanza,

la materialità di quest’arida Terra.

Tremano e stanno,

si muovono e attendono,

come un nobile uomo e cavaliere,

il via alla Guerra.

 

Perché è di rami che implorano Vita,

tagliando il cielo nel vuoto d’inverno,

il tuo grido; parole che invadono l’aria,

cercando spazi tra i figli bastardi

di una nuova, necessaria primavera:

 

“Amore, Madre, Terra, Dio”,

 

che io ti amo.

Senza titolo#1

 

Spezzata in due come il sole ad Oriente,
quando viene la sera e tutto si ferma.
Particelle di vita si attaccano alle nuvole,
minuzie di lame che tagliano il sole
e così il mio corpo al tramonto.
 
E’ nelle odi di antiche gesta,
nelle vite sfumate d’eroi d’altre Ere,
la mia paura distratta di perdermi.
 
E’ nella natura meravigliosa e incontenibile,
il mio sentire carne e ossa sbiadire
e confondersi in un silenzio pallido, informe,
e finire nella polvere.
 
Concimando la Terra delle nostre vanità sterili
daremo un senso, mutevole e fine, ai nostri respiri.
Di illusione ci ricopriremo gli occhi, scavati e perfetti,
organiche dimore d’altre vite.
 
Spezzata in due come il sole ad Oriente,
quando viene la sera e tutto si spegne, si stanca,
lacrima e ammira.

 

 

Nulla di più.

Graffio la terra per sentirmi animale, vitale e dimenticarmi di amare.

Sotterro il mio peccare, Padre,

perché ho desiderato strappare l’aria ai pover’uomini.

D’egoismo insano ho fatto fede,

corpo e dieta impura, di ogni avere,

di polpa rossa e acqua viva.

 

Nulla di più ho desiderato.

Vendetta di carne e paesi in festa,

semi d’orgoglio e baci bagnati.

D’erotismo insano ho fatto fede,

in Tempi di scienze di negazioni e furie,

di polpa rossa e acqua viva.

 

Sporcata d’intima pazzia, la mia veste di Luna.

Scorro l’oro in perle come fiume,

e di lume mi innamoro

come Dea senza Tempo.